Jérôme Seregni
LA VIRGOLA
Questo essere con me di te
è senso - sa il suo dio,
fruga nel fiato,
poi stanca
d' atto in attesa
per stare nel sempre.
Noi non ci seremo.
Accendo la mattina un’altra te
e mi cade di capriccio - si, sono,
e in nulla mi distraggo - dicevi.
Penso che ora si adora
se odori il giardino dei tratti,
la virgola che a sè lascia
la stella cadendo.
É una storia remota
innaffiata in gelosia
che porta con sè un 'addio mai nato.
L’ADDIO
Ho nel cuore allo strazio l’esperienza,
mi lasciasti lo scarto dei tuoi passi sul cemento.
Ti cercai nei miei limiti,
all’ incrocio dei margini
dove fui il bordo trasceso di ogni luce.
Non dimerticar quest ‘ombra bianca,
la scia di sfere antiche che chiamavi
l’ orrore ed io la speranza.
So che ora preghi
e disturbi i sogni degli altri,
ed il mio, che non ha più
bruciore ne aurora.
So che resta il fiore
fra le pagine incastrato
a curarti la noia il dolore.
Cerchi ancora una proa tra i gesti,
un mio sinonimo, ma io son lontano.
Scrivimi ancora, con le parole del mondo
ODE DI SANGUE
In giorni di festa tacerò.
Nella notte - mia prigione,
mi farà da eco la pioggia il suono.
Solo, come timidezza dal
mondo sola è allontanata,
cadrò nel pentirmi e nel sonno,
forse, mi dirò, striscerò ad
altro vuoto su qualche riso
sconosciuto - ma il tuo nome
resterà segreto, vedovo.
E goccie di sangue su ogni grido
e affanno, perche tu non odi
maledetta che mai malattia hai
curato sul guscio d' un bacio.
LA FUGA
Rime sul lenzuolo scritte
non andare Febbraio fatale
virtuoso selvaggio
conosci l’ oceano il perdono.
Non profondo mio il vino
e i capelli tuoi tango
e t’ amo odore presto
strappami il vizio sono tua.
ADIEU
Alba - luna gialla - violino e piano
ora tarda, finestra freddo chiusa
scrivo ? occhi
blu bianca colonna e scalzo
stellato vuoto io qui in-sisto
prendermi impossibile tuo
seno e angelo penetro
piangi credi picchi ami
scrivi nessuno Hölderlin Kleist
odore acqua e morte nostra
sorpresa e addio a-Dio. L’ io.
LA LUCE DEL BIANCO
Bianco l’osso – il foglio di carta
e bianco il cigno – l’ estranea stella.
Morivi.
E ti eri tolto dal tempo.
Morivi malato dicendo
“mi mancherà la vita”.
Raggiungerai la luce pensai,
tutto il bianco – ciò sarà tuo.
Reo ed estinto ora all’ascesa.
Mi lasciasti.
E ancora il sorridere fece da tramite.
Poi la bianca schiuma s’insabbia –
l’ultimo dei silenzi – il marmo freddo.
Fu lo spasimo.
Morivi domani.